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:: sinossi ::
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Il primo approccio verso un pittore è sempre la visita
del suo atelier, in loco. Quello di Gabai è a Vacallo,
sopra Chiasso, anche se lui vive in fondo alla Valle di Muggio,
a Campora, nel comune di Monte. È veramente fra i monti
e per di più sul lato della valle che io ho visto come
più oscuro, umido, ventoso e senza sole, ma con vista
sulle terrazze, gli orti e i prati del versante opposto.
Fino a poco tempo fa conoscevo unicamente le sue incisioni,
pochi quadri e qualche pubblicazione creata insieme a poeti,
ed è solo in autunno che ho visitato per la prima volta
il suo atelier che si trova in fondo ad un vicolo cieco dedicato
a Puccini. Sono arrivato senza macchina fotografica. Non osavo,
non volevo violare subito il suo ambiente, i suoi silenzi, il
suo mondo. Lo farò un’altra volta, più in
là nel tempo, quando questo suo spazio creativo avrà
già accettato la presenza della camera digitale, delle
luci, dei cavi e dei filtri che porteremo per filmare. Ho girato
alcune scene in Val di Muggio, altre a Milano, sua città
di formazione, d’educazione pittorica, di riferimento
e di confronto espositivo. La maggior parte del film si svolge
perlopiù nel suo studio, intriso dall’odore di
trementina e di fumo di tabacco da pipa che difficilmente traspare
nel film.
Un angolo di osservazione privilegiato da Sam Gabai è
la finestra che dà sui prati e sulla valle. Questa vista,
penso, influenza molto Gabai che ne fa dei piccoli schizzi,
anche se poi lavora su tele di grande formato. Per creare annota
instancabilmente e disegna in innumerevoli taccuini le verifiche
visive, le riflessioni, qualcosa tra un diario intimo e una
memoria visiva.
Il tempo passa e noi con la camera osserviamo il cambiamento
delle stagioni, dei colori, il gelo, la pioggia, la neve. Cambiamenti
che ritroviamo in parte anche nelle tele di Gabai, nella materia-colore,
nelle "croste", come a lui piace chiamarle. Aggiunge,
sulla tela, pittura su pittura, pennellate, oggetti che formano
placche di colore dense. Anche nel film ci sono delle sovrimpressioni.
Dietro a questo disordine pittorico, spunta sempre madre natura,
che domina come una montagna sulla valle, il suo mondo.
Siccome amo le incisioni, in modo particolare quelle di Gabai,
sempre con la camera, ho accompagnato l’artista dal suo
stampatore a Milano, Pierluigi Puliti, ex-collaboratore del
famoso stampatore Giorgio Upiglio.
L’atelier del pittore è un luogo un po’ segreto,
intimo, dove si trovano lettere, libri, fotografie, oggetti
di altre culture, riproduzioni dei maestri classici, tracce
delle lotte con la luce e i colori. Sam Gabai è un solitario:
durante il giorno nel suo atelier e la sera in famiglia, come
un contadino della valle, fuori di casa sui campi durante il
giorno e la sera intorno al tavolo famigliare. Ma la sua cultura
è tutt’altro che "bucolica": ama la poesia,
studia le opere antiche ed è attento al contemporaneo;
i suoi viaggi e le letture cercano di motivare la sua opera
con una poetica fatta di domande di senso che non trovano risposte
se non che in ambito spirituale. È difficile
far recitare il pittore, non ama la finzione, davanti alla camera
si pensa goffo, ma visto da dietro la camera, la sua tranquillità
è spontanea. Le sue ricerche, le sue espressioni verbali
mi convincono e ho cercato di trasmetterle nel film. Il mio
problema di cineasta era di sapere a che momento smettere le
ricerche, le riprese, il montaggio e la sonorizzazione. Gabai,
lui, lo sapeva, lo sentiva. Mi diceva: "Quando l’immagine
raggiunge un suo culmine, io mi arresto, se mi accorgo, naturalmente…".
Anche io spero di essermi arrestato in tempo, come diceva Samuele,
tra una pipata e un sottofondo musicale che a me rievoca Puccini.
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| Maggio 2005, Villi Hermann |
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