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Polizia degli stranieri del cantone di Basilea
Città 29 ottobre 1943, no. A.K. 49687
Il sottoscritto, rifugiato, cittadino italiano Herr
und Frau Luigi EINAUDI - PELLEGRINI si impegna a:
| 1. |
non abbandonare il territorio di Basilea-Città |
| 2. |
non cambiare dimora senza il permesso delle
autorità |
| 3. |
di restare tra le ore 22.00 e le ore 7.00 nella
propria abitazione |
| 4. |
di non recarsi in bar, dancing e sale da gioco
e di non frequentare i seguenti locali: |
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- nel circondario Grossbasel:
tutti i ristoranti, i Cafés e le osterie della stazione
centrale, incluso il Bahnhofbuffet tutti i ristoranti, i
Cafés e le osterie del centro della città: Heuwage, Mittlere
Rheinbrücke, Steinenvorstadt, Barfüsserplatz, Falknerstrasse,
Gerbergasse, Freiestrasse, Marktplatz, Fischmarkt, Blumenrain,
eccetera e il ristorante Schützenhaus
- nel circondario Kleinbasel:
tutti i ristoranti, Cafés e le osterie nelle seguenti strade:
Rheingasse, Utengasse, Ochsengasse, Webergasse, Rebgasse
|
| 5. |
di non impegnarsi in alcuna attività politica
e di escludere qualsiasi comportamento o condotta che possa
nuocere o disturbare la politica di neutralità del governo elvetico |
| 6. |
di non partecipare a nessuna riunione politica |
| 7. |
in nessun caso di esporsi pubblicamente, per
esempio attraverso conferenze, pubblicazioni per la stampa e
pubblicazioni di opere scritte, eccetera |
| 8. |
di non uscire in gruppi di più di tre persone
|
| 9. |
di non mendicare e fare il venditore ambulante,
e in nessun caso essere dipendente e lavorare per terzi, anche
senza compenso |
| 10. |
rispettare rigorosamente le disposizioni legali
di guerra, specialmente le prescrizioni economiche concernenti
il razionamento e il divieto di mercato nero. |
Il confino, altro che vacanza in Area,
Lugano il 19 settembre 2003
di Villi Hermann
Durante le mie ricerche per il film "Luigi Einaudi.
Diario dell'esilio" ho conosciuto Giovanni Ferro a Milano, che aveva
incontrato Luigi Einaudi a Basilea, durante il suo esilio in Svizzera.
Giovanni Ferro mi diceva che Luigi Einaudi "era desideroso di conoscere
dei giovani italiani e noi eravamo desiderosi di conoscere dei vecchi
italiani anche per domandare a loro perché era prevalso il fascismo
in Italia, nel nostro paese. Erano delle discussioni forti, perché
era un'altra generazione... Io a 19 anni ero già in prigione e quindi
di responsabilità del fascismo non ne avevo, mentre le avevano quelli
che dirigevano il paese prima di me". Prima di rifugiarsi in Svizzera,
Giovanni Ferro ha conosciuto le carceri e il confino durante il
regime fascista. Le sue esperienze sono raccontate solo in parte
nel mio film, visto il mio interesse particolare per l'atmosfera
ed i contatti degli esuli in Svizzera. Giovanni Ferro veniva considerato
un "uomo d'azione" dal futuro Presidente della Repubblica Luigi
Einaudi, che nel suo diario scriveva: "Ferro ha 32 anni. Liberato
nel 1934, cospirò un po' dappertutto, specie a Milano; è di nuovo
inviato alle isole. Conferma che i poliziotti li battevano. Passato
al comunismo perché i vecchi agitatori socialisti non facevano nulla.
Discorsi, maldicenza e poi finiva al caffèsacrificio. […] Pare abbia
voglia di studiare; ma un po' non ebbe e non ha mai tempo, un po'
non ha denari per libri; e un po' la scelta fatta a caso, sotto
impulsi di propaganda". Ferro è citato un'altra volta nel diario
di Luigi Einaudi: "Il Ferro aveva fatto buona impressione. Se ne
ritorna al campo, trovando inutile fare il lavapiatti per dodici
ore, senza costrutto. Mi aveva lasciato una lista di libri. Ma non
so qui cosa posso fare. Bisogna che verifichi in biblioteca se i
libri ci sono". Giovanni Ferro, avendo vissuto tutta la sua giovinezza
sotto la dittatura fascista mi aveva confermato che l'esilio in
Svizzera era stato molto costruttivo; in Svizzera aveva scoperto
la libertà. Giovanni Ferro è nato a Bergamo il 9 novembre 1911 ed
è cresciuto a Rovigo. Fu arrestato nel 1930 per attività antifascista
nelle fila del movimento "Giustizia e Libertà", del quale faceva
parte anche l'attuale Presidente italiano, Carlo Azeglio Ciampi.
Ferro aveva 19 anni quando fu arrestato per la prima volta ad opera
dell'Ovra, durante la dittatura fascista, e per 9 anni rimase in
carcere e al confino, prima di scappare in Svizzera nel settembre
1943. Dopo la guerra, nel 1946, fu il promotore della Casa della
Cultura a Milano. A chi volesse sapere qualcosa in più sulla vita
di Giovanni Ferro e le sue "vacanze", come sostiene il signor B.
dichiarando: "Il confino era una vacanza", consiglio di leggere
il suo libro: G. Ferro, Noviziato tra le isole, Piero Lacaito Editore,
1998; o anche G. Ferro, Milano capitale dell'antifascismo, Mursia
Editore, Milano 1985. A Milano, nel febbraio 1999, Giovanni Ferro
mi raccontò il suo primo arresto e i momenti vissuti sotto il regime
fascista: "Ho diffuso il primo giornale antifascista "Giustizia
e Libertà", e diffondendolo mi sono guadagnato l'arresto di tutto
il gruppo che era stato promosso da un certo Dottor Germani, amico
di Matteotti. Lui fu arrestato, condannato a dieci anni di prigione.
Ed è lui a cui ho dato gli indirizzi per mandare il giornale "Giustizia
e Libertà" all'isola di Lipari... c'era un vagone cellulare, in
cui noi ogni sette giorni si cambiava carcere e per arrivare a Lipari
ho dovuto andare a Palermo, poi Milazzo, poi Lipari. Ho impiegato
un mese, poi sono stato a Lipari tre anni. Poi dopo Lipari è stata
soppressa... e sono passato all'isola di Ponza. Poi dopo mi hanno
mandato a fare il servizio militare, perché non avevo fatto ancora
il servizio militare e sono andato in una compagnia di disciplina.
Dopodiché a Rovigo, che è una piccola città di provincia, non potevo
vivere, perché la gente se poteva evitare anche il saluto lo faceva
per paura di avere delle conseguenze. Mio padre, che era un artigiano,
non aveva lavoro e allora sono venuto a Milano e ho trovato un posto
come operaio in una fabbrica, la Philips Radio. Naturalmente ho
preso accordi con Ferruccio Parri che avevo conosciuto a Lipari
e con lui abbiamo ripreso l'attività politica. Questa attività è
stata molto intensa. Quando è scoppiata la guerra civile in Spagna
ci hanno arrestato con tutti i vecchi antifascisti, e allora altri
quattro anni di confino, di prigione. Prima ho fatto l'isola di
Ventotene, poi dopo sono stato trasferito in Calabria, in tutti
i paesi della Calabria. In tutto, nove anni in galera e sulle isole".
Dopo aver letto varie testimonianze sulla vita in confino, volevo
sapere da lui personalmente come si viveva in mano ai fascisti sulle
isole: "...in mano a quella gente, perché i custodi erano gli ex-squadristi,
che erano tutta gente di malaffare, di cui non sapevano più come
sbarazzarsi: allora li mandavano a fare i custodi. Questa era la
gente che ci custodiva e quindi si immagini... Molti hanno preferito
scappare, venir via... Rosselli ha organizzato la fuga. Parri invece
non ha voluto andare, anch'io ero della convinzione che bisognava
combattere nel proprio paese". Quando il signor B. afferma che "Mussolini
mandava la gente a fare vacanza al confino" mi vengono in mente
le parole di Giovanni Ferro: "Erano trascorsi tre mesi e mezzo dal
giorno del mio arresto, quando ricevetti la comunicazione del mio
deferimento alla Commissione provinciale per venire assegnato al
confino di polizia, assieme ad una decina d'altri detenuti, per
riconosciuta attività di propaganda comunista. I ferri ai polsi
e legati a gruppi di tre con catenelle di prammatica, fummo accompagnati,
questa volta dai carabinieri, alla locale Prefettura". E tutta questa
violenza ad un'età d'adolescente, a 19 anni. Il calvario continuava.
"Il viaggio verso l'isola mitologica durò ben trenta giorni a causa
della tradizione ordinaria, che comportava una sosta obbligata in
ogni carcere di passaggio...". La testimonianza di Giovanni Ferro
è confermata da altre, quelle di Carlo e Nello Rosselli e di Emilio
Lussu, che hanno altresì subito le "vacanze". Con un comunicato
si modificano le dichiarazioni del signor B. per il fatto che il
dittatore M. "era benevolo, mandava la gente in vacanza al confino"
e fra poco le "vacanze" entreranno a far parte dei libri di storia
modificati, rivisitati, diffusi e pubblicizzati dai più grandi editori
italiani in tutto il mondo, in parte in mano al signor B. Anche
la storia italiana è stata globalizzata. Gli storici possono andare
in "vacanza", o saranno anche loro tutti "matti" e "antropologicamente
diversi"? Gianfranco Helbling in Area, Lugano il 19 settembre 2003
Silvio Berlusconi banalizza Mussolini. Ha destato molto scalpore
in Italia e in gran parte d'Europa l'intervista che il presidente
del governo italiano Silvio Berlusconi ha concesso alla "Voce di
Rimini" e al settimanale inglese "The Spectator". Nella prima parte
dell'intervista, pubblicata il 4 settembre, Berlusconi se l'era
presa in particolare con i giudici, disprezzando attraverso di loro
anche le istituzioni democratiche. Il tutto perché ci sono dei magistrati
e dei giudici che vogliono veder chiaro sul suo conto, anche se
è presidente del governo. Berlusconi nell'intervista ha dapprima
attaccato le procure di Milano e Roma, poi ha professato la sua
estraneità all'accusa di corruzione che gli viene contestata nel
processo Sme - ora sospeso solo nei suoi confronti - e infine ha
commentato: "questi giudici sono doppiamente matti (...) Per fare
quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle
turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente
diversi dal resto della razza umana". Più gravi e più sconcertanti
sono le dichiarazioni contenute nella seconda parte dell'intervista,
pubblicata l'11 settembre. Rifiutando una sollecitazione degli intervistatori
che tendeva a paragonare Saddam Hussein a Benito Mussolini, Berlusconi
ha detto: "Mussolini non ha mai ammazzato nessuno, Mussolini mandava
la gente a fare vacanza al confino". Sono affermazioni scandalose,
perché banalizzano il fascismo e mirano pertanto a riabilitarlo.
Berlusconi non è stupido, e se fa queste uscite è perché ha un disegno
eversivo ben chiaro in testa. In Svizzera e in Ticino pochi si sono
scandalizzati. Fra questi pochi c'è il regista cinematografico Villi
Hermann, che ancora conserva intatta la capacità d'indignarsi, una
qualità diventata sembrerebbe assai rara fra gli intellettuali contemporanei.
Hermann ha chiesto di poter intervenire su area per ricordare cosa
fosse il confino e chi fossero i fascisti. Lo ospitiamo volentieri.
© Gianfranco Helbling, Villi Hermann 2003
Lettere di Luigi Einaudi al dott. Prof. Furlan
durante il suo esilio a Basilea.
L. Einaudi 2
Mittlerestrasse, Basilea
3 dicembre '44
Egregio collega, Da alcuni giorni il signor Ras mi
ha restituito uno dei miei due diari - trattenendosi l'altro, che
mi compensò con un importo in franchi svizzeri che non oso tradurre,
ai cambi correnti, in lire italiane per non arrivare a cifre troppo
grosse. Egli mi aggiungeva che il diario restituito poteva forse
servire per le Basler. In queste l'altro giorno ho letto un articolo
del Dr. W. St. su "Monarca e popolo in Italia", che contiene assai
buone osservazioni. Non potei tenermi, per il vizio congenito dello
scrivere articoli, dal dettare le unite cartelle. Gliele mando.
Direi che al pubblico svizzero convenga sentire anche queste opinioni,
a cui ho cercato di dare la forma più obiettiva possibile. Ci sarebbero
parecchie altre cose da dire sull'Italia e sui suoi problemi, ma
non voglio essere importuno. Se il signor Dr. Oeri accettasse di
pubblicare questo articolo sarebbe necessario farlo tradurre. Per
me questo è un ostacolo non sormontabile. Né conviene lo scriva
in francese per non far troppo fatica, far periodi italianizzanti
e perdere di contenuto. Quanto al diario lo può leggere nella traduzione
già fatta. Resta la questione del divieto di occuparmi di politica
e di esercitare un'attività lucrativa. Mi dicono - e me lo disse
un tecnico che ottenne perciò regolare autorizzazione - che si fanno
eccezioni per chi si occupi di argomenti o di lavori specializzati,
che non interessano gli svizzeri. In questo caso, un italiano, che
scriva solo di cose italiane, può dirsi specializzato ed in possesso
di opinioni che non interessano gli svizzeri. Frattanto si potrebbe
girare la posizione scrivendo in testa qualcosa come "Un pubblicista
italiano ci scrive". Se si volessero mettere iniziali si potrebbe
scrivere "Dr.L.NC. E.". La prima e l'ultima sono le mie solite iniziali.
Quella intermedia risponde a certi due miei nomi secondari dimenticati.
Gioverebbe per evitare identificazioni. Ma forse la prima formula
è migliore. Mi scusi il disturbo. La sua salute come va?
Cordialmente suo L. Einaudi
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