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Luigi Einaudi. Diario dell'esilio
svizzero
Film di Villi Hermann, Imagofilm Lugano
Prima mondiale Festival del film Locarno 2000,
Solothurner Filmtage 2001,
Mostra internazionale del Nuovo Cinema Pesaro 2001
Intervista con Omero Antonutti
di Terry Inglese, Festival di Locarno 2000
- Sembra che il sodalizio fra il regista Villi Hermann e l'attore
Omero Antonutti si sia intensificato con questo ultimo lavoro,
un documentario sull'esilio elvetico di Luigi Einaudi. Come ha
vissuto questa esperienza?
Sì, l'incontro con Villi risale ad un festival, di Locarno o di
Venezia, adesso non ricordo bene, nel 1980. Mi chiese di collaborare
con lui ad un film dal titolo Matlosa e fu un'esperienza che andò
molto bene. Poi collaborai al suo Bankomatt, da cui seguirono
altre collaborazioni. Un giorno mi chiamò e mi espose l'idea di
costruire un viaggio attraverso i documenti storici dell'esilio
svizzero di Luigi Einaudi, il primo presidente della Repubblica
Italiana del dopoguerra. Quando me lo disse, rimasi francamente
molto perplesso. Mi chiedevo fra me e me: "Perché è uno svizzero
a desiderare di realizzare un documentario su un personaggio così
fondamentale per la storia d'Italia, personaggio che invece gli
italiani hanno completamente trascurato?". Mi misi subito a disposizione
e accettai di buon grado, anche perché lavorare con Villi è sempre
una gioia. Il documentario Luigi Einaudi. Diario dell'esilio
svizzero è una rielaborazione storica realizzata con estrema
cura, che mi ha fatto scoprire degli avvenimenti che personalmente
non conoscevo. Ho scoperto cosa significa il coraggio e la determinazione
dell'ideologia; non come oggi che si passa da un carro all'altro
a seconda di chi sia il vincitore, come se fosse un gioco bizzarro
e strano. All'epoca c'era gente che credeva per la causa, ne soffriva
e spesse volte ne moriva. Questo mi ha fatto molto meditare, pensando
a tutti quei giovani uomini che partivano, all'età di 22, 23 anni,
e forse anche prima, dall'Italia, perché non erano d'accordo con
l'ideologia fascista e nazista. È pazzesco! Credo che questo
documentario non sia solo un omaggio a Luigi Einaudi, ma anche
l'occasione per rilanciare il dibattito su un avvenimento storico
da rivalutare, ma soprattutto da non dimenticare. È giusto
che gli italiani e che i giovani sappiano che cosa sia stato quel
periodo.
- In questo documentario lei legge ed interpreta una sorta
di voce narrante, una guida del Diario dell'esilio. Sono gli appunti
di Luigi Einaudi, che idea si è fatto di lui?
Attraverso questo documentario ho scoperto l'uomo Einaudi, colui
che all'età di 70 anni è stato costretto ad andarsene dall'Italia,
attraverso impervi confini, superando pericoli e fatiche. Tutto
questo, devo dire, mi ha emozionato molto. Dal punto di vista
strettamente drammaturgico, non sono mai entrato nella parte di
Luigi Einaudi, non l'ho 'interpretato'. Mi sono limitato a narrare
passaggi del suo Diario dell'esilio. Da buon piemontese, Einaudi
non fa trasparire i suoi sentimenti. Più che un diario, direi
che sono degli appunti, quasi telegrafici, anche scorretti linguisticamente
che alle volte si fa fatica a leggere, ma da cui però traspare
la dignità, la fermezza di un uomo che avrebbe, dopo la guerra,
ricoperto la carica di Presidente della repubblica per rappresentare
la maggior parte degli italiani. Il Luigi Einaudi del dopoguerra
ricorda quelle figure rappresentative di un mondo antico. In Italia
è quasi una tradizione; ancora oggi si eleggono i presidenti che
sono spesso delle persone molto anziane, anzi oserei dire 'antiche'.
È forse questo che gli italiani vogliono, una persona al
di sopra delle parti. Ed Einaudi è stato proprio questo: un illuminato,
che rappresentava la parte più buona del paese e che per la nazione
italiana del dopoguerra è stato sicuramente la figura più appropriata
per ritornare alla civiltà.
- Testimonianza di Ruggero
Cominotti, (Valle d'Aosta)
"…Stavamo salendo il Col Fenêtre, oltre la valle di Ollomont.
Un po' prima di arrivare al colle, forse mezz'ora a piedi, abbiamo
incontrato questo gruppo di ex alpini che scappavano anche loro
da Aosta, ma che si sono fermati ancora in Italia… Con loro c'era
Luigi Einaudi e la signora Ida. Io li riconobbi, perché mio padre
era collega di Luigi Einaudi. Nell'ambiente antifascista, come
in quello ebreo, entrambi erano noti. Io avevo 18 anni e credo
che Einaudi ne avesse quasi 70. C'era la differenza di due generazioni.
Però lo riconobbi. (…) Li abbiamo accompagnati al Col Fenêtre,
ridiscendendo. Mi pare che ci fosse anche un gendarme 'suisse'.
Arrivati a Fionnay siamo stati ospitati in un convento, alla casa
madre del Gran San Bernardo. Fummo accolti per il periodo cosiddetto
'di quarantena'. Mangiavamo con il priore, mangiavamo molto bene."
[…]
- Testimonianza di Renata Aldrovandi Einaudi
(Valle d'Aosta)
" …Leone Ginzburg? Sì, sì, l'ho incontrato a Torino. Poi è ripartito
per Roma. Con lui c'era Franco Venturi, Massimo Mila e coloro
che arrivavano dal confino o che uscivano di prigione. Li ho visti
tutti con questa specie di aureola magica che avevano. (…) Sapevamo
che a Roma lui (Ginzburg) si occupava della stampa clandestina
e che qualcosa era successo. Lo avevano arrestato e sapevamo che
poco dopo egli era morto in prigione. Qualcuno diceva a causa
delle percosse… Fisicamente era molto impressionante. Era russo
e aveva questi capelli, una testa particolare. Era famoso per
la sua cultura vastissima, meticolosa. Insegnava la lingua russa
e l'italiano ai professori. Ne sapeva sempre molto più di loro…
Correva voce che quando entrava in classe gli stessi professori
ne rimanevano turbati. Questo era quello che dicevano di lui."
- Testimonianza di Roberto Einaudi (figlio di
Luigi Einaudi)
"Mio padre ha avuto sempre una grossa considerazione della Svizzera
come paese, di una vera democrazia. Non è tanto nelle istituzioni,
ma nella formazione e nell'educazione del paese e della gente.
Gli svizzeri sono diversi, sono degli animali completamente diversi,
forse meno fantasiosi, meno brillanti, più lenti a capire le cose…
non lo so. (…) E' un paese che sa vivere la democrazia come nessun
altro. Mio padre aveva molta considerazione… da sempre. Poi la
sua permanenza ha forse aumentato la comprensione di queste qualità
essenziali, che lui citava sempre. Citava la Svizzera come esempio;
di come stati e paesi, indipendenti l'uno dall'altro, con lingue
diverse, riescono a convivere e a creare una federazione unita,
uno stato unito, cedendo una parte della loro indipendenza e della
loro sovranità ad una cosa superiore che li coordina. (…) Citava
l'esempio della Svizzera come l'ideale dell'Europa unita."
- Testimonianza di Jarach Lucetta (Valle d'Aosta)
"Della fuga io ho dei ricordi anche qui abbastanza episodici.
Ricordo un arrivo in montagna in una casa con delle tovaglie a
quadretti bianchi e marrone. E ricordo poi la partenza per le
montagne. Siamo ridiscesi in Svizzera e abbiamo camminato per
parecchie ore. Credo che la traversata sia durata circa 10 ore.
Durante la notte siamo partiti quando oramai era buio con un gruppo
familiare composto dalla nonna, il nonno materno, i miei genitori,
mia sorella, io, una zia della mamma e un prozio - un fratello
della nonna. Abbiamo incontrato ad un certo punto una pattuglia
di tedeschi che ci é passata vicinissima, e lì ci hanno raccomandato
di stare molto zitte. E in quel momento, naturalmente, mia sorella
è riuscita ad avere un piccolo guaio. Ha perso uno scarpone che
non è stato cercato fino al momento in cui la pattuglia non si
è allontanata. Ritrovato lo scarpone, siamo ripartiti. Il gruppo
dei nonni era stato accolto, perché il nonno aveva più di 70 anni
e il nostro gruppo, perché io non avevo ancora compiuto i 6 anni.
E di questo i miei genitori mi sono sempre stati molto riconoscenti."
- Testimonianza di Francesca Pometta (Lausanne)
"Mio padre, che naturalmente conosceva Einaudi di nome e aveva
anche letto i suoi libri, l'ha subito invitato a casa nostra.
E' stato un invito del tutto spontaneo e noi bambini eravamo presenti
alla colazione. Durante la colazione, la signora Einaudi ha parlato
poco. Era un po' stanca, perché la traversata nelle alpi era stata
faticosa per lei, che non era certamente una donna sportiva. Poi
i primi giorni a Losanna furono, senza dubbio, difficili, perché
gli Einaudi erano in una specie di campo, il cosiddetto Orphelinat.
Il cibo non era buono e alla signora Einaudi mancava il riso,
perché come lo sa, durante la guerra, fra il '40-'45, non si trovava
riso in Svizzera. Allora si faceva il riso con dell'orzo, il risotto
non c'era. E per una piemontese era un grosso sacrificio."
- Testimonianza di Maria Gabriella di Savoia
(Genève)
"Mi ricordo la nostra partenza. Siamo partiti da Torino. Siamo
andati su sulla Val d'Aosta, al San Bernardo e non ci si poteva
assolutamente fermare. E poi l'arrivo al monastero del Gran San
Bernardo, dove i monaci ci hanno accolto …mi ricordo naturalmente
i cani San Bernardo, siamo andati a vederli e poi questo meraviglioso
tè che ci avevano offerto. Poi eravamo in sicurezza, poi siamo
stati presi in mano dalla sicurezza svizzera e credo che per mia
madre è stato un momento di gran sollievo per lei. Avevamo degli
agenti, degli agenti italiani e agenti svizzeri che ci seguivano
un po' dappertutto, un'altra sicurezza del giorno d'oggi. Dovevamo
cambiare di posto come da Thun a Kandersteg, a Oberhofen a Territet,
perché c'erano molte spie infiltrate anche in Svizzera. Quando
la polizia, la sicurezza svizzera, ci diceva: "Cambiate albergo,
cambiate posto", noi automaticamente dovevamo cambiare. Ovviamente
mia madre era un po' angosciata da questo. Perché questo continuo
movimento, quando c'è qualcuno che minaccia, ed erano gli svizzeri
stessi che dicevano a mia madre di muoversi, per non essere troppo
localizzata. Mi ricordo soprattutto una cosa terribile che ho
fatto, perché i miei fratelli maggiori, mio fratello e mia sorella
mi avevano detto. "Te vai nel salotto, dove maman riceverà una
persona, ti nascondi dietro una tenda e poi ti daremo del cioccolato
quando dirai quello che ti diremo di dire." E quello che mi avevano
detto di dire era: "Sei una grande scimmia, sei una grande scimmia".
E io l'ho fatto: ho aperto la tenda al momento dato, c'era mia
madre ed un signore e poi sono corsa via per non farmi prendere
dalla governante ed era il Presidente della Confederazione svizzera.
Mia madre e il Presidente sono rimasti così. E io poi sono stato
punita ed il cioccolato non l'ho mai visto."
- Testimonianza di Federico Hindermann (Aarau)
"Basilea era una città assediata, i ponti del Reno... solite mine,
tutto preparato. C'erano circa 10.000 soldati, si diceva, che
avrebbero dovuto difendere quest'ultimo baluardo. La Germania
era di là e si vedeva ad occhio nudo, certo... posti di confine
e la Francia idem. Da lì, la Germania sembrava di stravincere
la guerra. Qui in Svizzera, allora, c'era Einaudi che è un incontro
per me indimenticabile, commovente, come una fiaba esopica, mi
pareva. Infatti aveva qualcosa di un vecchio saggio contadino.
'Vecchio', sa, per un ventenne, vecchi si è subito. Si possono
fare i conti che età aveva allora. Parlava, non affettatamente,
no, no, …ma vivace lo stesso… appoggiato alla canna di lui seduto
sulla poltrona, lì dagli Janner. Parlava però con semplicità,
affabilità anche con noi giovani. Ogni tanto osavamo fargli qualche
domanda. Rispondeva subito. Era molto, molto gioviale, in qualche
modo, con la prudenza che ha però appunto un piemontese e un contadino,
ancora."
- Testimonianza di Gérard Bolla (Lugano)
"Era una situazione strana, perché essere allievi ufficiali e
non sapere cosa succedeva in Russia, mi pare che sia una cosa
strana. L'ultimo ricordo che ho é sul campo d'esercizio di Walenstadt.
Stavano provano i cannoni Oerlikon, fabbricati in Svizzera, e
noi non potevamo neanche vederli, perché tutto attorno erano state
messe delle tende, così gli svizzeri non potevano spiare i cannoni
prefabbricati per la Germania. Mentre a casa, va beh! quando veniva
a casa mia c'erano molte più informazioni, perché venivano appunto
dalle radio, incluso la radio italiana. Mio padre aveva l'idea
in testa di cercare di influire i giovani italiani che dovevano
diventare la classe intellettuale dirigente in Italia, dando loro
la possibilità di conoscere la Svizzera dei campi universitari."
- Testimonianza di Mario Ferro (Como)
"Ho davanti a me il Monte Bisbino che é l'Italia. Vedo la Valle
di Muggio, con Bruzella, Chiasso, da dove dopo 20 mesi di permanenza
in Svizzera, particolarmente a Mendrisio, raggiungo Como e incontro
al Palazzo Terragni una vecchia conoscenza francese Aldo Lampredi
Guido, che con il colonnello Valerio Walter Audisio fui incaricato
dal CLN Alta Italia e il corpo volontario della libertà, di provvedere
alla fucilazione dei gerarchi fascisti e di Benito Mussolini.
- Testimonianza di Giovanni Ferro (Milano)
Domanda - In tutto, quanto tempo è rimasto in galera e sulle isole?
9 anni! ...in mano a quella gente, perché i custodi erano gli
ex-squadristi, che era tutta gente di malaffare, che non sapevano
poi più come sbarazzarsene, allora li mandavano a fare i custodi.
Quindi, questa era la gente che ci custodiva e quindi si immagini…
quello che... Molti hanno preferito scappare, venir via... Prova
ne sia che Rosselli ha organizzato la fuga. Parri invece non ha
voluto andare, anch'io ero della convinzione che bisogna combattere
nel proprio paese. Infatti, noi poi siamo stati vittima dei fuoriusciti,
perché questi sono tornati con delle esperienze politico-sociale
che non hanno niente a che vedere con la vita italiana e il popolo
italiano. Quindi, anche in buona fede, ammettiamo la buona fede,
c'era il Togliatti che voleva fare i soviet in Italia, c'era il
Nenni che voleva fare il Fronte Popolare e poi si sono tagliati
le mani, perché non avevano la preparazione politica che solo
noi avevamo, non per intelligenza, ma perché avevamo vissuto con
il popolo e quindi sapevamo... "Non era vero!", diceva poi Amendola,
perché quando sono venuti facevano tutti i soloni, perché tutti
gli italiani erano fascisti. Non era vero che erano fascisti,
solo che non tutti avevano lo spirito di combattimento, lo spirito
di sacrificio e la volontà di pagare lo scotto."
- Testimonianza di Ariberto Mignoli (Milano)
"Questo Bricchetto era una persona, diciamo, decisa, che avrebbe
voluto subito tornare in Italia per partecipare alla guerra partigiana.
Non tutti noi eravamo d'accordo, anche perché partecipare alla
guerra partigiana, senza mezzi, senza nessuna preparazione, il
rischio poi di essere fucilati, perché eravamo disertori. Io ero
ufficiale di marina e sarei stato, se fossi stato pescato in Italia,
sarei stato probabilmente fucilato. E quindi molti di noi si sono
rifiutati di far questo. Chi l'ha fatto è stato per esempio Prinetti.
Prinetti di una nobile famiglia milanese, che è stato... è andato,
è stato preso ed è stato fucilato. Quindi, noi eravamo piuttosto
cauti in questa vicenda. […] Non ho localizzato bene nella mia
memoria un primo maggio, francamente. Ho localizzato nella memoria
il fatto che siamo andati alla Landsgemeinde a Glarona ad assistere
alla democrazia svizzera e la cosa ci ha fatto molta impressione,
...quando salivano sui palchi questi contadini vestiti di nero,
solo uomini che parlavano dei loro problemi democratici. Era molto
bello! Questo c'è rimasto profondamente impresso."
- Testimonianza di Amedeo Mortara (Milano)
"Innanzi tutto mi meraviglia come Einaudi si é potuto ricordare
di me, mentre io mi ricordo, ed é naturale, perfettamente
di lui. Mi ricordo che aveva quel giorno del marzo del '44 un
paltò molto pesante, aveva dei guanti di filo stranissimi, che
credo che già allora si potevano trovare solo in qualche piccolo
paese del Monferrato o della provincia di Cuneo, da cui veniva
e portava naturalmente il bastone, perché zoppicava. Questo non
toglieva che non é volata una mosca durante tutta la conferenza
e durante le conferenze che ha tenuto a Losanna e di cui io mi
ricordo perfettamente."
- Testimonianza di Eugenio Mortara (Milano)
"Einaudi nel 1944 ha pubblicato in Ticino proprio un libretto
estremamente interessante e che é alla base di quello che diventerà
poi l'Europa economicamente unita. Dobbiamo essere grati a quest'uomo
piccolo di statura, ma grande di pensiero, grande d'intelligenza,
affabile che si é occupato così tanto, non solo dell'Italia e
degli italiani, ma anche dell'Europa."
- Testimonianza di Edgardo Sogno (Torino)
"Einaudi si è messo al sicuro, perché era noto come antifascista,
ma come Croce non era noto come un antifascista attivo che metteva
le bombe, no! Era noto unicamente come un oppositore, diciamo,
intellettuale, uno scrittore, che però essendosi esposto politicamente
durante quel mese di Badoglio, l'agosto '43, fuggì proprio dopo
l'8 settembre. Questa una ragione. Una seconda ragione è più generica.
Einaudi era una figura, anche se lui non era attivo, era una figura
a cui molti facevano riferimento come uno dei capi del liberalismo
italiano, era noto, notissimo, perché era più noto forse all'estero
... A Londra si riunivano per leggere i suoi articoli sulla critica
sociale. In Italia il fascismo aveva naturalmente attutito la
sua immagine, l'aveva nascosta, però era sempre Luigi Einaudi,
scrittore, giornalista e noto. Quindi questo come fatto più generale,
anche se non si fosse esposto, come si espose effettivamente in
quel momento nell'agosto, sarebbe per lui stato molto più sicuro
togliersi dalla città e nascondersi. Hanno pensato che il posto
migliore fosse Ginevra, dove c'era una tradizione dei pensatori
italiani che sono stati professori a Ginevra… Guglielmo Ferrero,
tanti altri antifascisti stavano a Lugano, stavano a Ginevra.
La Svizzera era normale, era il nostro rifugio, il nostro preziosissimo
rifugio, perché appena attraversavamo la frontiera c'era come
un… i polmoni pieni d'aria libera e il cielo… con questa cappa
di piombo che era l'occupazione tedesca si apriva e si stava in
un altro mondo."
- Testimonianza di Giuseppe Salto (Milano)
"Io ricordo Einaudi a Vevey, da quelle parti, dove la vigna é
ad alberello, con la giacca sulle spalle, tenuto dalle due bretelle,
il panciotto, il gilet con la catena, che diceva agli svizzeri:
"Ma voi andate troppo a fondo quando mettete la vigna nuova, e
poi ci vuole più terra.", e dava consiglio ed era ascoltato, perché
Einaudi, che beveva pochissimo, aveva il culto della vite. Non
solo, ma Einaudi bisogna vedere… noi avevamo soltanto intuito
qualche sua debolezza, quella che non é consentito al professore
universitario. Lui conosceva i prezzi di tutti i prodotti. Lui
ci indicava dove andare a comprare meglio la cioccolata, dove
comprare il pane, anche senza 'bollini'. Conosceva benissimo,
perché poi lui si é sempre documentato. Dovunque lui andava prendeva
la nota dei prezzi, faceva le sue statistiche. Ancora a Roma,
dove l'ho incontrato... c'era Paretti, Rossi e il sottoscritto...
e ricordo che alla fine di questo pasto normalissimo Einaudi chiede
a Ernesto Rossi: "Mangi mezza mela?", e Rossi dice: "No, sono
sazio!". "Allora non la tocchiamo!".
- Testimonianza di Giuseppe Di Stefano (Lecco)
"…cantavo in Svizzera, cantavo le canzoni, quelle leggere, che
cantavo io nel varietà. Ero in licenza di convalescenza, ero militare.
Nell'estate del '43, ero a Milano e cominciai a cantare, sotto
un altro nome, Nino Florio. Cantavo nei teatri di Milano e lì
ho conosciuto questa Ines, la cassiera del Cristallo, l'ho seguita
dove lei sfollava durante i bombardamenti. Era su a Marchirolo.
Quando i tedeschi hanno messo fuori i bandi di concorso di presentarsi
nelle caserme, ho pensato bene di andare a presentarmi dalla Ines,
che era a Marchirolo, per fare il partigiano, o qualcosa del genere
e vivere alla macchia. Ma arrivando a Marchirolo il capostazione,
che mi conosceva benissimo, vedendomi scendere dal trenino, quel
trenino bianco che c'era allora, mi dice: "Ma dove vai?" "Vado
dalla Ines!" "Ma stanno arrivando i tedeschi!" "Salutami la Ines.",
e ho continuato per Ponte Tresa, che era una fermata o due dopo.
Di lì ho attraversato il fiume e sono entrato in Svizzera, perché
era il giorno in cui le frontiere erano generosamente aperte dalla
Svizzera e permettevano di entrare in Svizzera. […] C'era un campo
raccolta, un grande campo di raccolta. Allora cantavo nel campo
per gli italiani. Gli svizzeri che venivano a portare caramelle,
cioccolato e sigarette e tutte queste belle cose, non conoscendo
nessuno chiedevano: "Dov' è il tenorino, dov'è il tenorino." Io
ho messo su una tabaccheria, cioccolato e caramelle… e intanto
ho imparato a fumare, ed ero costretto a cantare… con i compagni
la sera, non si faceva niente. Non c'era neanche un pianoforte,
una fisarmonica, non c'era niente... il fascino dell'ugola, uno
strumento che non ha bisogno di accompagnamento... la voce. Già
il suono della voce affascina! Io, naturalmente, non sapevo di
avere una voce straordinaria... avevo la mia vocina!"
- Testimonianza di Saverio Tutino (Pieve Santo
Stefano)
"Lugano era la città di frontiera fra la pace e la guerra e lì
si concentrava tutto, tutto quello che sarebbe venuto fuori dopo.
Si concentravano le forze politiche ancora non libere nei vari
paesi con le forze anche occulte, di servizi segreti. Era la prima
scuola democratica per i paesi che uscivano dal fascismo, per
la Germania e l'Italia. Ed era anche una prima scuola democratica
per i giovani soprattutto che erano nati e vissuti per ...fino
ai vent'anni in un regime dove non si poteva parlare e qui cominciavano
a parlare e forse a volte non trattenevano... forse erano più
cauti. Però si incontravano con personalità che avevano dovuto
tacere anche loro, pur essendo molto ben preparati a parlare,
che erano i futuri deputati e senatori dell'Italia repubblicana."
- Testimonianza di Giorgio Bocca (Valle d'Aosta)
"Io sono arrivato nelle Langhe al primo gennaio scendendo dalla
montagna… al primo gennaio del '45. Il paese mi è sembrato intatto.
Dogliani era al centro di una zona partigiana, ma partigiani in
paese non ce n'erano. Sono rimasto in Italia, non sono andato
in Svizzera, perché non volevo andare in Svizzera. Volevo rimanere
in Italia. Io comandavo, primo la brigata, poi una divisione partigiana
e volevo stare a fare il mio dovere in Italia. Secondo me, l'andare
in Svizzera era un danno, non era un vantaggio. Perché i dirigenti
diventavano amici delle missioni anglo-americane, si occupavano
solo di questi rapporti. Gli altri vivevano come prigionieri.
Quindi, non è che il rifugio in Svizzera arricchisse democraticamente.
[…] Posso dire solo che facevo il giornalista presso la Gazzetta
del Popolo. Andai a trovarlo proprio dove lui andava in vacanza
all'alpe di By che era proprio sulla via per cui era scappato.
Beh! Io per lui ho una grande ammirazione e anche una grande gratitudine,
perché è uno di quelli che mi ha insegnato a scrivere. Cioè, questo
economista era uno che scriveva un italiano pulito. Lui sperava
di arrivare ad un punto di non dover utilizzare mai un aggettivo,
perché… c'è questo italiano un po' tradotto dal piemontese, insomma.
Un italiano che è molto scarno… i suoi articoli erano perfetti."
- Cartello finale
Prima di lasciare la Svizzera il capo della polizia degli stranieri
Heinrich Rothmund fattura a Luigi Einaudi franchi 130.50 per la
quarantena di 5 giorni sottopostagli nel 1943 a Losanna.
© Imagofilm Lugano
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