:: sinossi ::
:: commenti ::
:: musiche ::
:: storia ::
:: stampa ::
:: foto ::
.: interviste e testimonianze :.

Luigi Einaudi. Diario dell'esilio svizzero
Film di Villi Hermann, Imagofilm Lugano
Prima mondiale Festival del film Locarno 2000,
Solothurner Filmtage 2001,
Mostra internazionale del Nuovo Cinema Pesaro 2001

Intervista con Omero Antonutti
di Terry Inglese, Festival di Locarno 2000

  • Sembra che il sodalizio fra il regista Villi Hermann e l'attore Omero Antonutti si sia intensificato con questo ultimo lavoro, un documentario sull'esilio elvetico di Luigi Einaudi. Come ha vissuto questa esperienza?
    Sì, l'incontro con Villi risale ad un festival, di Locarno o di Venezia, adesso non ricordo bene, nel 1980. Mi chiese di collaborare con lui ad un film dal titolo Matlosa e fu un'esperienza che andò molto bene. Poi collaborai al suo Bankomatt, da cui seguirono altre collaborazioni. Un giorno mi chiamò e mi espose l'idea di costruire un viaggio attraverso i documenti storici dell'esilio svizzero di Luigi Einaudi, il primo presidente della Repubblica Italiana del dopoguerra. Quando me lo disse, rimasi francamente molto perplesso. Mi chiedevo fra me e me: "Perché è uno svizzero a desiderare di realizzare un documentario su un personaggio così fondamentale per la storia d'Italia, personaggio che invece gli italiani hanno completamente trascurato?". Mi misi subito a disposizione e accettai di buon grado, anche perché lavorare con Villi è sempre una gioia. Il documentario Luigi Einaudi. Diario dell'esilio svizzero è una rielaborazione storica realizzata con estrema cura, che mi ha fatto scoprire degli avvenimenti che personalmente non conoscevo. Ho scoperto cosa significa il coraggio e la determinazione dell'ideologia; non come oggi che si passa da un carro all'altro a seconda di chi sia il vincitore, come se fosse un gioco bizzarro e strano. All'epoca c'era gente che credeva per la causa, ne soffriva e spesse volte ne moriva. Questo mi ha fatto molto meditare, pensando a tutti quei giovani uomini che partivano, all'età di 22, 23 anni, e forse anche prima, dall'Italia, perché non erano d'accordo con l'ideologia fascista e nazista. È pazzesco! Credo che questo documentario non sia solo un omaggio a Luigi Einaudi, ma anche l'occasione per rilanciare il dibattito su un avvenimento storico da rivalutare, ma soprattutto da non dimenticare. È giusto che gli italiani e che i giovani sappiano che cosa sia stato quel periodo.
  • In questo documentario lei legge ed interpreta una sorta di voce narrante, una guida del Diario dell'esilio. Sono gli appunti di Luigi Einaudi, che idea si è fatto di lui?
    Attraverso questo documentario ho scoperto l'uomo Einaudi, colui che all'età di 70 anni è stato costretto ad andarsene dall'Italia, attraverso impervi confini, superando pericoli e fatiche. Tutto questo, devo dire, mi ha emozionato molto. Dal punto di vista strettamente drammaturgico, non sono mai entrato nella parte di Luigi Einaudi, non l'ho 'interpretato'. Mi sono limitato a narrare passaggi del suo Diario dell'esilio. Da buon piemontese, Einaudi non fa trasparire i suoi sentimenti. Più che un diario, direi che sono degli appunti, quasi telegrafici, anche scorretti linguisticamente che alle volte si fa fatica a leggere, ma da cui però traspare la dignità, la fermezza di un uomo che avrebbe, dopo la guerra, ricoperto la carica di Presidente della repubblica per rappresentare la maggior parte degli italiani. Il Luigi Einaudi del dopoguerra ricorda quelle figure rappresentative di un mondo antico. In Italia è quasi una tradizione; ancora oggi si eleggono i presidenti che sono spesso delle persone molto anziane, anzi oserei dire 'antiche'. È forse questo che gli italiani vogliono, una persona al di sopra delle parti. Ed Einaudi è stato proprio questo: un illuminato, che rappresentava la parte più buona del paese e che per la nazione italiana del dopoguerra è stato sicuramente la figura più appropriata per ritornare alla civiltà.
  • Testimonianza di Ruggero Cominotti, (Valle d'Aosta)
    "…Stavamo salendo il Col Fenêtre, oltre la valle di Ollomont. Un po' prima di arrivare al colle, forse mezz'ora a piedi, abbiamo incontrato questo gruppo di ex alpini che scappavano anche loro da Aosta, ma che si sono fermati ancora in Italia… Con loro c'era Luigi Einaudi e la signora Ida. Io li riconobbi, perché mio padre era collega di Luigi Einaudi. Nell'ambiente antifascista, come in quello ebreo, entrambi erano noti. Io avevo 18 anni e credo che Einaudi ne avesse quasi 70. C'era la differenza di due generazioni. Però lo riconobbi. (…) Li abbiamo accompagnati al Col Fenêtre, ridiscendendo. Mi pare che ci fosse anche un gendarme 'suisse'. Arrivati a Fionnay siamo stati ospitati in un convento, alla casa madre del Gran San Bernardo. Fummo accolti per il periodo cosiddetto 'di quarantena'. Mangiavamo con il priore, mangiavamo molto bene." […]
  • Testimonianza di Renata Aldrovandi Einaudi (Valle d'Aosta)
    " …Leone Ginzburg? Sì, sì, l'ho incontrato a Torino. Poi è ripartito per Roma. Con lui c'era Franco Venturi, Massimo Mila e coloro che arrivavano dal confino o che uscivano di prigione. Li ho visti tutti con questa specie di aureola magica che avevano. (…) Sapevamo che a Roma lui (Ginzburg) si occupava della stampa clandestina e che qualcosa era successo. Lo avevano arrestato e sapevamo che poco dopo egli era morto in prigione. Qualcuno diceva a causa delle percosse… Fisicamente era molto impressionante. Era russo e aveva questi capelli, una testa particolare. Era famoso per la sua cultura vastissima, meticolosa. Insegnava la lingua russa e l'italiano ai professori. Ne sapeva sempre molto più di loro… Correva voce che quando entrava in classe gli stessi professori ne rimanevano turbati. Questo era quello che dicevano di lui."
  • Testimonianza di Roberto Einaudi (figlio di Luigi Einaudi)
    "Mio padre ha avuto sempre una grossa considerazione della Svizzera come paese, di una vera democrazia. Non è tanto nelle istituzioni, ma nella formazione e nell'educazione del paese e della gente. Gli svizzeri sono diversi, sono degli animali completamente diversi, forse meno fantasiosi, meno brillanti, più lenti a capire le cose… non lo so. (…) E' un paese che sa vivere la democrazia come nessun altro. Mio padre aveva molta considerazione… da sempre. Poi la sua permanenza ha forse aumentato la comprensione di queste qualità essenziali, che lui citava sempre. Citava la Svizzera come esempio; di come stati e paesi, indipendenti l'uno dall'altro, con lingue diverse, riescono a convivere e a creare una federazione unita, uno stato unito, cedendo una parte della loro indipendenza e della loro sovranità ad una cosa superiore che li coordina. (…) Citava l'esempio della Svizzera come l'ideale dell'Europa unita."
  • Testimonianza di Jarach Lucetta (Valle d'Aosta)
    "Della fuga io ho dei ricordi anche qui abbastanza episodici. Ricordo un arrivo in montagna in una casa con delle tovaglie a quadretti bianchi e marrone. E ricordo poi la partenza per le montagne. Siamo ridiscesi in Svizzera e abbiamo camminato per parecchie ore. Credo che la traversata sia durata circa 10 ore. Durante la notte siamo partiti quando oramai era buio con un gruppo familiare composto dalla nonna, il nonno materno, i miei genitori, mia sorella, io, una zia della mamma e un prozio - un fratello della nonna. Abbiamo incontrato ad un certo punto una pattuglia di tedeschi che ci é passata vicinissima, e lì ci hanno raccomandato di stare molto zitte. E in quel momento, naturalmente, mia sorella è riuscita ad avere un piccolo guaio. Ha perso uno scarpone che non è stato cercato fino al momento in cui la pattuglia non si è allontanata. Ritrovato lo scarpone, siamo ripartiti. Il gruppo dei nonni era stato accolto, perché il nonno aveva più di 70 anni e il nostro gruppo, perché io non avevo ancora compiuto i 6 anni. E di questo i miei genitori mi sono sempre stati molto riconoscenti."
  • Testimonianza di Francesca Pometta (Lausanne)
    "Mio padre, che naturalmente conosceva Einaudi di nome e aveva anche letto i suoi libri, l'ha subito invitato a casa nostra. E' stato un invito del tutto spontaneo e noi bambini eravamo presenti alla colazione. Durante la colazione, la signora Einaudi ha parlato poco. Era un po' stanca, perché la traversata nelle alpi era stata faticosa per lei, che non era certamente una donna sportiva. Poi i primi giorni a Losanna furono, senza dubbio, difficili, perché gli Einaudi erano in una specie di campo, il cosiddetto Orphelinat. Il cibo non era buono e alla signora Einaudi mancava il riso, perché come lo sa, durante la guerra, fra il '40-'45, non si trovava riso in Svizzera. Allora si faceva il riso con dell'orzo, il risotto non c'era. E per una piemontese era un grosso sacrificio."
  • Testimonianza di Maria Gabriella di Savoia (Genève)
    "Mi ricordo la nostra partenza. Siamo partiti da Torino. Siamo andati su sulla Val d'Aosta, al San Bernardo e non ci si poteva assolutamente fermare. E poi l'arrivo al monastero del Gran San Bernardo, dove i monaci ci hanno accolto …mi ricordo naturalmente i cani San Bernardo, siamo andati a vederli e poi questo meraviglioso tè che ci avevano offerto. Poi eravamo in sicurezza, poi siamo stati presi in mano dalla sicurezza svizzera e credo che per mia madre è stato un momento di gran sollievo per lei. Avevamo degli agenti, degli agenti italiani e agenti svizzeri che ci seguivano un po' dappertutto, un'altra sicurezza del giorno d'oggi. Dovevamo cambiare di posto come da Thun a Kandersteg, a Oberhofen a Territet, perché c'erano molte spie infiltrate anche in Svizzera. Quando la polizia, la sicurezza svizzera, ci diceva: "Cambiate albergo, cambiate posto", noi automaticamente dovevamo cambiare. Ovviamente mia madre era un po' angosciata da questo. Perché questo continuo movimento, quando c'è qualcuno che minaccia, ed erano gli svizzeri stessi che dicevano a mia madre di muoversi, per non essere troppo localizzata. Mi ricordo soprattutto una cosa terribile che ho fatto, perché i miei fratelli maggiori, mio fratello e mia sorella mi avevano detto. "Te vai nel salotto, dove maman riceverà una persona, ti nascondi dietro una tenda e poi ti daremo del cioccolato quando dirai quello che ti diremo di dire." E quello che mi avevano detto di dire era: "Sei una grande scimmia, sei una grande scimmia". E io l'ho fatto: ho aperto la tenda al momento dato, c'era mia madre ed un signore e poi sono corsa via per non farmi prendere dalla governante ed era il Presidente della Confederazione svizzera. Mia madre e il Presidente sono rimasti così. E io poi sono stato punita ed il cioccolato non l'ho mai visto."
  • Testimonianza di Federico Hindermann (Aarau)
    "Basilea era una città assediata, i ponti del Reno... solite mine, tutto preparato. C'erano circa 10.000 soldati, si diceva, che avrebbero dovuto difendere quest'ultimo baluardo. La Germania era di là e si vedeva ad occhio nudo, certo... posti di confine e la Francia idem. Da lì, la Germania sembrava di stravincere la guerra. Qui in Svizzera, allora, c'era Einaudi che è un incontro per me indimenticabile, commovente, come una fiaba esopica, mi pareva. Infatti aveva qualcosa di un vecchio saggio contadino. 'Vecchio', sa, per un ventenne, vecchi si è subito. Si possono fare i conti che età aveva allora. Parlava, non affettatamente, no, no, …ma vivace lo stesso… appoggiato alla canna di lui seduto sulla poltrona, lì dagli Janner. Parlava però con semplicità, affabilità anche con noi giovani. Ogni tanto osavamo fargli qualche domanda. Rispondeva subito. Era molto, molto gioviale, in qualche modo, con la prudenza che ha però appunto un piemontese e un contadino, ancora."
  • Testimonianza di Gérard Bolla (Lugano)
    "Era una situazione strana, perché essere allievi ufficiali e non sapere cosa succedeva in Russia, mi pare che sia una cosa strana. L'ultimo ricordo che ho é sul campo d'esercizio di Walenstadt. Stavano provano i cannoni Oerlikon, fabbricati in Svizzera, e noi non potevamo neanche vederli, perché tutto attorno erano state messe delle tende, così gli svizzeri non potevano spiare i cannoni prefabbricati per la Germania. Mentre a casa, va beh! quando veniva a casa mia c'erano molte più informazioni, perché venivano appunto dalle radio, incluso la radio italiana. Mio padre aveva l'idea in testa di cercare di influire i giovani italiani che dovevano diventare la classe intellettuale dirigente in Italia, dando loro la possibilità di conoscere la Svizzera dei campi universitari."
  • Testimonianza di Mario Ferro (Como)
    "Ho davanti a me il Monte Bisbino che é l'Italia. Vedo la Valle di Muggio, con Bruzella, Chiasso, da dove dopo 20 mesi di permanenza in Svizzera, particolarmente a Mendrisio, raggiungo Como e incontro al Palazzo Terragni una vecchia conoscenza francese Aldo Lampredi Guido, che con il colonnello Valerio Walter Audisio fui incaricato dal CLN Alta Italia e il corpo volontario della libertà, di provvedere alla fucilazione dei gerarchi fascisti e di Benito Mussolini.
  • Testimonianza di Giovanni Ferro (Milano)
    Domanda - In tutto, quanto tempo è rimasto in galera e sulle isole?
    9 anni! ...in mano a quella gente, perché i custodi erano gli ex-squadristi, che era tutta gente di malaffare, che non sapevano poi più come sbarazzarsene, allora li mandavano a fare i custodi. Quindi, questa era la gente che ci custodiva e quindi si immagini… quello che... Molti hanno preferito scappare, venir via... Prova ne sia che Rosselli ha organizzato la fuga. Parri invece non ha voluto andare, anch'io ero della convinzione che bisogna combattere nel proprio paese. Infatti, noi poi siamo stati vittima dei fuoriusciti, perché questi sono tornati con delle esperienze politico-sociale che non hanno niente a che vedere con la vita italiana e il popolo italiano. Quindi, anche in buona fede, ammettiamo la buona fede, c'era il Togliatti che voleva fare i soviet in Italia, c'era il Nenni che voleva fare il Fronte Popolare e poi si sono tagliati le mani, perché non avevano la preparazione politica che solo noi avevamo, non per intelligenza, ma perché avevamo vissuto con il popolo e quindi sapevamo... "Non era vero!", diceva poi Amendola, perché quando sono venuti facevano tutti i soloni, perché tutti gli italiani erano fascisti. Non era vero che erano fascisti, solo che non tutti avevano lo spirito di combattimento, lo spirito di sacrificio e la volontà di pagare lo scotto."
  • Testimonianza di Ariberto Mignoli (Milano)
    "Questo Bricchetto era una persona, diciamo, decisa, che avrebbe voluto subito tornare in Italia per partecipare alla guerra partigiana. Non tutti noi eravamo d'accordo, anche perché partecipare alla guerra partigiana, senza mezzi, senza nessuna preparazione, il rischio poi di essere fucilati, perché eravamo disertori. Io ero ufficiale di marina e sarei stato, se fossi stato pescato in Italia, sarei stato probabilmente fucilato. E quindi molti di noi si sono rifiutati di far questo. Chi l'ha fatto è stato per esempio Prinetti. Prinetti di una nobile famiglia milanese, che è stato... è andato, è stato preso ed è stato fucilato. Quindi, noi eravamo piuttosto cauti in questa vicenda. […] Non ho localizzato bene nella mia memoria un primo maggio, francamente. Ho localizzato nella memoria il fatto che siamo andati alla Landsgemeinde a Glarona ad assistere alla democrazia svizzera e la cosa ci ha fatto molta impressione, ...quando salivano sui palchi questi contadini vestiti di nero, solo uomini che parlavano dei loro problemi democratici. Era molto bello! Questo c'è rimasto profondamente impresso."
  • Testimonianza di Amedeo Mortara (Milano)
    "Innanzi tutto mi meraviglia come Einaudi si é potuto ricordare di me, mentre io mi ricordo, ed é naturale, perfettamente di lui. Mi ricordo che aveva quel giorno del marzo del '44 un paltò molto pesante, aveva dei guanti di filo stranissimi, che credo che già allora si potevano trovare solo in qualche piccolo paese del Monferrato o della provincia di Cuneo, da cui veniva e portava naturalmente il bastone, perché zoppicava. Questo non toglieva che non é volata una mosca durante tutta la conferenza e durante le conferenze che ha tenuto a Losanna e di cui io mi ricordo perfettamente."
  • Testimonianza di Eugenio Mortara (Milano)
    "Einaudi nel 1944 ha pubblicato in Ticino proprio un libretto estremamente interessante e che é alla base di quello che diventerà poi l'Europa economicamente unita. Dobbiamo essere grati a quest'uomo piccolo di statura, ma grande di pensiero, grande d'intelligenza, affabile che si é occupato così tanto, non solo dell'Italia e degli italiani, ma anche dell'Europa."
  • Testimonianza di Edgardo Sogno (Torino)
    "Einaudi si è messo al sicuro, perché era noto come antifascista, ma come Croce non era noto come un antifascista attivo che metteva le bombe, no! Era noto unicamente come un oppositore, diciamo, intellettuale, uno scrittore, che però essendosi esposto politicamente durante quel mese di Badoglio, l'agosto '43, fuggì proprio dopo l'8 settembre. Questa una ragione. Una seconda ragione è più generica. Einaudi era una figura, anche se lui non era attivo, era una figura a cui molti facevano riferimento come uno dei capi del liberalismo italiano, era noto, notissimo, perché era più noto forse all'estero ... A Londra si riunivano per leggere i suoi articoli sulla critica sociale. In Italia il fascismo aveva naturalmente attutito la sua immagine, l'aveva nascosta, però era sempre Luigi Einaudi, scrittore, giornalista e noto. Quindi questo come fatto più generale, anche se non si fosse esposto, come si espose effettivamente in quel momento nell'agosto, sarebbe per lui stato molto più sicuro togliersi dalla città e nascondersi. Hanno pensato che il posto migliore fosse Ginevra, dove c'era una tradizione dei pensatori italiani che sono stati professori a Ginevra… Guglielmo Ferrero, tanti altri antifascisti stavano a Lugano, stavano a Ginevra. La Svizzera era normale, era il nostro rifugio, il nostro preziosissimo rifugio, perché appena attraversavamo la frontiera c'era come un… i polmoni pieni d'aria libera e il cielo… con questa cappa di piombo che era l'occupazione tedesca si apriva e si stava in un altro mondo."
  • Testimonianza di Giuseppe Salto (Milano)
    "Io ricordo Einaudi a Vevey, da quelle parti, dove la vigna é ad alberello, con la giacca sulle spalle, tenuto dalle due bretelle, il panciotto, il gilet con la catena, che diceva agli svizzeri: "Ma voi andate troppo a fondo quando mettete la vigna nuova, e poi ci vuole più terra.", e dava consiglio ed era ascoltato, perché Einaudi, che beveva pochissimo, aveva il culto della vite. Non solo, ma Einaudi bisogna vedere… noi avevamo soltanto intuito qualche sua debolezza, quella che non é consentito al professore universitario. Lui conosceva i prezzi di tutti i prodotti. Lui ci indicava dove andare a comprare meglio la cioccolata, dove comprare il pane, anche senza 'bollini'. Conosceva benissimo, perché poi lui si é sempre documentato. Dovunque lui andava prendeva la nota dei prezzi, faceva le sue statistiche. Ancora a Roma, dove l'ho incontrato... c'era Paretti, Rossi e il sottoscritto... e ricordo che alla fine di questo pasto normalissimo Einaudi chiede a Ernesto Rossi: "Mangi mezza mela?", e Rossi dice: "No, sono sazio!". "Allora non la tocchiamo!".
  • Testimonianza di Giuseppe Di Stefano (Lecco)
    "…cantavo in Svizzera, cantavo le canzoni, quelle leggere, che cantavo io nel varietà. Ero in licenza di convalescenza, ero militare. Nell'estate del '43, ero a Milano e cominciai a cantare, sotto un altro nome, Nino Florio. Cantavo nei teatri di Milano e lì ho conosciuto questa Ines, la cassiera del Cristallo, l'ho seguita dove lei sfollava durante i bombardamenti. Era su a Marchirolo. Quando i tedeschi hanno messo fuori i bandi di concorso di presentarsi nelle caserme, ho pensato bene di andare a presentarmi dalla Ines, che era a Marchirolo, per fare il partigiano, o qualcosa del genere e vivere alla macchia. Ma arrivando a Marchirolo il capostazione, che mi conosceva benissimo, vedendomi scendere dal trenino, quel trenino bianco che c'era allora, mi dice: "Ma dove vai?" "Vado dalla Ines!" "Ma stanno arrivando i tedeschi!" "Salutami la Ines.", e ho continuato per Ponte Tresa, che era una fermata o due dopo. Di lì ho attraversato il fiume e sono entrato in Svizzera, perché era il giorno in cui le frontiere erano generosamente aperte dalla Svizzera e permettevano di entrare in Svizzera. […] C'era un campo raccolta, un grande campo di raccolta. Allora cantavo nel campo per gli italiani. Gli svizzeri che venivano a portare caramelle, cioccolato e sigarette e tutte queste belle cose, non conoscendo nessuno chiedevano: "Dov' è il tenorino, dov'è il tenorino." Io ho messo su una tabaccheria, cioccolato e caramelle… e intanto ho imparato a fumare, ed ero costretto a cantare… con i compagni la sera, non si faceva niente. Non c'era neanche un pianoforte, una fisarmonica, non c'era niente... il fascino dell'ugola, uno strumento che non ha bisogno di accompagnamento... la voce. Già il suono della voce affascina! Io, naturalmente, non sapevo di avere una voce straordinaria... avevo la mia vocina!"
  • Testimonianza di Saverio Tutino (Pieve Santo Stefano)
    "Lugano era la città di frontiera fra la pace e la guerra e lì si concentrava tutto, tutto quello che sarebbe venuto fuori dopo. Si concentravano le forze politiche ancora non libere nei vari paesi con le forze anche occulte, di servizi segreti. Era la prima scuola democratica per i paesi che uscivano dal fascismo, per la Germania e l'Italia. Ed era anche una prima scuola democratica per i giovani soprattutto che erano nati e vissuti per ...fino ai vent'anni in un regime dove non si poteva parlare e qui cominciavano a parlare e forse a volte non trattenevano... forse erano più cauti. Però si incontravano con personalità che avevano dovuto tacere anche loro, pur essendo molto ben preparati a parlare, che erano i futuri deputati e senatori dell'Italia repubblicana."
  • Testimonianza di Giorgio Bocca (Valle d'Aosta)
    "Io sono arrivato nelle Langhe al primo gennaio scendendo dalla montagna… al primo gennaio del '45. Il paese mi è sembrato intatto. Dogliani era al centro di una zona partigiana, ma partigiani in paese non ce n'erano. Sono rimasto in Italia, non sono andato in Svizzera, perché non volevo andare in Svizzera. Volevo rimanere in Italia. Io comandavo, primo la brigata, poi una divisione partigiana e volevo stare a fare il mio dovere in Italia. Secondo me, l'andare in Svizzera era un danno, non era un vantaggio. Perché i dirigenti diventavano amici delle missioni anglo-americane, si occupavano solo di questi rapporti. Gli altri vivevano come prigionieri. Quindi, non è che il rifugio in Svizzera arricchisse democraticamente. […] Posso dire solo che facevo il giornalista presso la Gazzetta del Popolo. Andai a trovarlo proprio dove lui andava in vacanza all'alpe di By che era proprio sulla via per cui era scappato. Beh! Io per lui ho una grande ammirazione e anche una grande gratitudine, perché è uno di quelli che mi ha insegnato a scrivere. Cioè, questo economista era uno che scriveva un italiano pulito. Lui sperava di arrivare ad un punto di non dover utilizzare mai un aggettivo, perché… c'è questo italiano un po' tradotto dal piemontese, insomma. Un italiano che è molto scarno… i suoi articoli erano perfetti."
  • Cartello finale
    Prima di lasciare la Svizzera il capo della polizia degli stranieri Heinrich Rothmund fattura a Luigi Einaudi franchi 130.50 per la quarantena di 5 giorni sottopostagli nel 1943 a Losanna.

© Imagofilm Lugano

© Imagofilm: Tutti i diritti d'autore e fotografici di questo sito
sono dell' Imagofilm Lugano o degli autori citati

back to IMAGOFILM home page