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:: commenti, interviste, appunti::
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Intervista
a Villi Hermann, tratta dalla rivista Agorà
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:: Lettera
della vedova al Tribunale di Lugano, marzo 1972 ::
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Sentenza della Corte delle Assise Correzionali di Lugano 21 marzo
1972::
Intervento di Giovanni Orelli
Estratto del catalogo Cinema e emigrazione, Centro di studi italiani
in Svizzera, Zurigo 1981
Il film sugli emigrati tra documento e rappresentazione
di Giovanni Orelli
La mia posizione rispetto al cinema è del tutto marginale.
Vado poco al cinema: credo che si parli fin troppo di cinema. Mi
interessa di più il libro. Non sono nemmeno un emigrante.
(Mio padre ha però fatto l’emigrante stagionale, per
trent’anni, in Francia prima e a Zurigo poi). Ecco, tra i
due nomi: cinema e emigrazione, mi trovo a metà strada, comunque
ai margini. Me ne sono occupato, diciamo così, prima per
curiosità (desiderio di conoscenza di un problema centrale
nel nostro assetto sociale e politico e poi come scrittore e di
striscio come collaboratore (minimo) del regista Villi Hermann (per
Cerchiamo per subito operai, offriamo...).
Penso che chi voglia fare un film sull’emigrazione, come chi
voglia scrivere un racconto dove l’emigrazione c’entri
in pieno o in parte, debba sufficientemente sapersi staccare dal
documento dal quale deve pure partire. Anche per il cineasta vale
il principio formulato dallo storico della letteratura latina Concetto
Marchesi per lo scrittore: che deve sapere molte cose non tanto
per servirsene quanto per dimenticarle.
Se faccio un film sull’emigrazione debbo partire dal documento,
dai dati concreti, di fatto, dalla realtà, ma mi devo anche
domandare se poi sto facendo un documentario (per la TV per esempio)
o un film “d’invenzione”. Il positivo interesse
per la situazione dell’emigrante non deve intrappolarmi entro
un documentarismo naturalistico.
Vorrei spiegarmi con un esempio che non riguarda l’emigrazione.
In Guerra e pace, Tolstoj descrive una seduta di alcuni alti ufficiali
in una stanza di un villaggio. In quella stanza è presente
una bambina, che serve allo scrittore per introdurre un’altra
dimensione della guerra, della morte, del mondo: con l’occhio
inesperto della bambina. In una trasposizione filmica, la bambina
è “fedelmente” (stupidamente) presente nella
scena, ma ridotta a pura presenza fisica, come se fosse una bambola.
In altri termini: dovrò partire sì dal fatto concreto,
ma rappresentarlo in modo tale da modificare, di quel tanto o di
quel poco, il sistema di attese dello spettatore. Anche chi fa film
deve in un certo senso andare sempre più al largo, deve rinnovare
e quanto al modo di affrontare il tema, sa soprattutto quanto ai
modi di rappresentarlo: con attenzione soprattutto al wie (più
che al was). Se così si farà si vanifica l’argomento
che si sente talvolta contro il film sull’emigrazione: “ancora
il solito argomento!”, perché caratterizzante diventerà
il montaggio, o la scelta delle immagini, o il commento sonoro,
l’inquadratura ecc. ecc. Potrei aggiungere che nel mio commento
al film di Villi Hermann, proprio per staccarmi dal dato documentaristico
(già abbondantemente presente nella parte riservata alle
interviste – e non includo certamente nel settore “interviste”
la parte nettamente migliore del film, quella che presenta la testimonianza
di una vedova --) non ho assolutamente usato parole mie: mi sono
infatti limitato a confezionare un commento fatto di frammenti prelevati
da testi letterari, poesia e prosa, di scrittori dell’Otto
e del Novecento, e non solo italiani, che si sono occupati nelle
loro opere del mondo del lavoro, da Eliot a Pasolini, da Melville
a Brecht ecc.
© Giovanni Orelli
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